ἀναπνέω

Uno spazio dove tornare a respirare


Non si può restare indifferenti

Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 9 del 7 marzo 2026

ANNO A, 5 aprile 2026, PASQUA
At 10,34a.37-43 Sal 117 1Cor 5,6b-8 Gv 20,1-9

La risurrezione è un fatto tangibile. La testimonianza dei discepoli, infatti, è suffragata dall’aver visto dei segni concretissimi: una tomba disabitata e un sudario vuoto (Gv 20,5-8). Questa concretezza inizialmente genera timore, successivamente diventa stupore per il fatto misterioso e non convenzionale, infine spinge urgentemente alla condivisione dell’annuncio.

La Parola di questa Pasqua è una testimonianza potente affinché la risurrezione entri nella nostra vita non come la “solita storia” che ci viene raccontata da 2mila anni, ma qual è stata per i discepoli e qual è veramente: una rottura del già noto e una forza capace di trasformare la nostra esistenza rendendola feconda, a patto però di non opporre resistenza al cambiamento che essa introduce nella nostra routine quotidiana. Si tratta di «togliere via il lievito vecchio, per essere pasta nuova» nella verità (cfr. 1Cor 5,6-8).

Solo a partire da questa accoglienza aperta ed efficace della Parola possiamo essere a nostra volta annunciatori credibili della Pasqua con segni concreti e azioni efficaci. Si tratta dei segni messianici che Gesù ha compiuto e che ha affidato a noi suoi discepoli, cioè accogliere ciechi, zoppi, lebbrosi, sordi, carcerati, stranieri. Insomma, quei “morti” da recuperare alla vita e quegli ultimi che non hanno altro Dio se non quello che possono incontrare nelle nostre mani e nei nostri volti. Qui l’azione deve diventare concreta: vivere da risorti nel mondo significa non restare indifferenti davanti alla deportazione nei CPR albanesi dei migranti in cerca di una vita migliore. Significa sostenere chi cerca di salvare chi muore dimenticato nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per sfuggire alle torture nei centri di prigionia finanziati anche dai nostri governi. Significa promuovere politiche efficaci di accoglienza e integrazione senza speculare su quelle vite per meri calcoli elettorali.

La testimonianza della risurrezione è suffragata dal fatto che i discepoli hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti (Cfr. At 10,41). Non a caso il libro degli Atti sottolinea questa esperienza, perché mangiare con uno che prima era morto è la prova concreta che quello è vivo, visto che i morti non mangiano. Gesù dunque vive e mangia con i discepoli. Il riferimento all’eucaristia è evidente: è nella celebrazione liturgica che quella Vita diventa anche la nostra esperienza. Anche noi mangiamo e beviamo con Colui che è vivo, e il suo corpo e il suo sangue diventano il nostro corpo e il nostro sangue. Non sono più io, ma Cristo vive in me. E se Cristo vive in me, non posso far finta che gli stranieri e i poveri non esistano, altrimenti ho mangiato la mia condanna («perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» 1Cor 11,29). Solo partendo da qui, da una Vita accolta nella condivisione del pane e del vino, possiamo essere liberi da ogni ipocrisia e autenticamente annunciatori di quella vita che ha vinto ogni progetto di morte (cfr. anche Lc 24,30-35).

L’evangelista Giovanni vuole sostenere la fede di coloro che hanno creduto all’annuncio dei discepoli pur senza aver visto la tomba vuota. La nota finale del vangelo odierno («Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti», Gv 20,9) ci ricorda che la fede nella risurrezione si basa – soprattutto per noi in questi tempi difficili – nella testimonianza delle Scritture. Ma ci viene delicatamente suggerito tra le righe che se comprendiamo veramente la Scrittura, essa non può che generare uno stile di vita evangelico capace di colorare tutto ciò che facciamo, le nostre azioni, i nostri sguardi, le nostre parole. La Parola viene com-presa, diventa un tutt’uno con noi, e così la nostra vita quotidiana attrae altri al sepolcro dove la morte è sconfitta per sempre e la vita vera torna a sgorgare come sorgente di pace e misericordia. L’augurio per questa Pasqua è quello di tornare a respirare, cioè a vivere nella consapevolezza del dono ricevuto nella risurrezione: una potenza straordinaria che ci rinnova nell’amore, nella speranza e nella gioia e ci rende operatori credibili di pace e di giustizia.

Maurizio Mariani


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