Dal profilo Facebook di Rosolino Mussi
Diario 20 Agosto Mattino . La crisi dell’identità sacerdotale. Ovvero le dimissioni del vescovo tedesco Wiesemann della diocesi di Spira.
1. Questo mese di agosto ci invita a riflettere sul tema dell’identità del prete nella chiesa . Abbiamo appreso che il 12 agosto don Lino Zatelli, per venticinque anni parroco della Clarina a Trento, è stato trovato senza vita nella canonica di San Carlo Borromeo. Aveva settantacinque anni e da alcuni mesi era al centro di una vicenda che aveva mobilitato centinaia di fedeli: la diocesi gli aveva comunicato il trasferimento a Zambana, e una petizione popolare aveva chiesto, invano, di rivedere la decisione. Si ipotizza un atto volontario. Ora apprendiamo pure, il 19 agosto, delle dimissioni del vescovo tedesco Karl-Heinz Wiesemann (66 anni) di Speyer. il vescovo Wiesemann aveva chiesto al Papa di essere sollevato dall’incarico di per motivi di salute. Wiesemann ha spiegato: «Sono stato un cristiano con voi e un vescovo per voi con tutto il cuore e con grande gioia interiore. Tuttavia, il peso di questa grande responsabilità mi ha lasciato profonde cicatrici fisiche e, soprattutto, emotive».
Due persone che hanno fatto di sé e su di sé scelte esistenziali importanti che inevitabilmente palesano la crisi del sacerdozio come è vissuto oggi. Due affermazioni di sé, suicidio e dimissioni, che dicono quanto sia importante per la chiesa mettere a fuoco l’identità del prete oggi. E per commentare quanto sta avvenendo nella chiesa con i suoi sacerdoti non seguo le osservazioni di don Patriciello che nel suo intervento su Avvenire “La fine di don Lino e la domanda che resta: chi si prende cura dei preti?” si ferma in modo particolare sul pianto di chi resta più che custodire in qualche modo la vulnerabilità del prete trentino. Non è richiamando il dolore che ha provocato la morte di don Lino che si affronta adeguatamente la crisi del sacerdozio, ma solo partendo dal tema dell’identità di esso si ha la possibilità di comprendere chi soffre, spesso in solitudine, fino al gesto estremo di togliersi la vita.
2. Per approfondire, invece, il tema della crisi dell’identità del sacerdote oggi parto dal modo di rendere pubbliche le dimissioni del vescovo Wiesemann in una lettera di addio ai fedeli. Lì, il vescovo Wiesemann scrive di aver compreso di non avere più la forza «per portare a termine l’intero processo che conduce alla piena attuazione delle riforme strutturali in programma». Trova difficile la sua decisione di lasciare l’incarico, poiché è stato vescovo «con piacere e gioi». Allo stesso tempo, ritiene suo dovere rinunciare a un ruolo che non è più in grado di assolvere alle sue esigenze nella misura necessaria. Wiesemann è consapevole che la sua decisione avrà ripercussioni su molte persone e chiede la loro comprensione. Il vescovo Wiesemann, che ha compiuto dunque 66 anni il primo agosto, a capo della diocesi di Speyer dal marzo 2008, riconosce la propria fragilità e vulnerabilità e si congeda.
3. Con le inaspettate e sofferte dimissioni del vescovo Karl-Heinz Wiesemann di Speyer, la Chiesa Cattolica in Germania perde una voce autorevole a favore della riforma. Wiesemann ha sostenuto fin dall’inizio il progetto di riforma del Cammino sinodale e ne ha appoggiato le decisioni. Nel 2024, aveva sottolineato la necessità di “ulteriori sviluppi” nella dottrina cattolica e di “riforme concrete”. «Queste includono la ricerca di forme di autentica partecipazione e di co-decisione per tutti i fedeli, un significativo rafforzamento del ruolo delle donne, compresa una riflessione più approfondita sull’apertura del ministero ordinato alle donne, e sforzi per un cambiamento della morale sessuale».
Il vescovo Wiesemann ha da sempre lavorato, per così dire, nella sua diocesi di Spira mettendo in discussione la forma rigida e maschilista del prete. Lì, in quella diocesi tedesca confinante con la Francia, ha lavorato perché si affermasse sempre di più una maggiore forma di partecipazione e di co-decisione di tutti i fedeli, rafforzando il più possibile il ruolo delle donne. In un’intervista rilasciata alla Catholic News Agency nel settembre 2025, Wiesemann giunse ad esprimersi a favore della possibilità di un voto temporaneo di celibato per gli aspiranti sacerdoti, simile a quello previsto per i membri degli ordini religiosi. Sostenne che il celibato – ovvero l’obbligo di non sposarsi – non avrebbe dovuto «essere assolutamente vincolato alla pratica del sacerdozio». E alla domanda: «Perché?» rispose che «Stiamo assistendo alla perdita di molte brave persone che non possono o non vogliono vivere in castità. E stiamo perdendo altrettante brave persone che non prendono nemmeno in considerazione il sacerdozio proprio a causa del celibato».
Il vescovo Wiesemann nella sua diocesi di Spira dunque ha avviato una seria discussione sull’identità rigida della gerarchia ecclesiastica . Questa identità rigida del sacerdote va messa in discussione apertamente per dare la possibilità alle donne di diventare diaconesse. E a sostegno della sua tesi ha detto più volte «che viviamo in un contesto sociale completamente diverso rispetto al passato: la questione dell’uguaglianza tra uomini e donne e della giustizia è oggi molto importante».
4. Aggiungo che questa identità rigida della gerarchia è stata messa in crisi soprattutto dagli scandali degli abusi sessuali nella chiesa. Il vescovo di Spira è rimasto profondamente scosso da questo terribile scandalo. «La questione degli abusi sessuali l’ha profondamente scossa, non solo a livello federale, ma anche nella sua diocesi», ha scritto Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca e vescovo di Münster, in una lettera a Wiesemann. Il vescovo fin dall’inizio ha voluto «un’indagine trasparente e approfondita». Ha dato priorità, in modo encomiabile, al benessere delle vittime di abusi e, in questo contesto, ha giustamente messo in discussione le strutture di potere della Chiesa. Lo scandalo degli abusi nella Chiesa, lo ha colpito profondamente da farlo ammalare. Scrive nella lettera d’addio: «Le mie solide basi di fiducia nella vita, che prima ritenevo incrollabili, si sono indebolite». Il vescovo Wiesemann argomenta nella lettera d’addio con insolita franchezza. Ha scritto in essa che aveva «il cuore pesante». E se approfondiamo con delicatezza questo stato d’animo del vescovo ci accorgiamo che la crisi dell’identità sacerdotale parte dalla messa in discussione del «rimanere nella propria bolla». Vescovi o preti che siano percepiscono il venir meno della protervia conoscitiva, dalla relativizzazione di «avere una spiegazione per ogni cosa, basata sul motto: Dio vuole così e in nessun altro modo». E mettendo in crisi questa propria bolla conoscitiva la crisi, secondo il vescovo di Spira, si amplia ancor di più ,perché ad essa si accompagna la messa in crisi dell’autarchia affettiva. Il vescovo Wiesemann, afferma al riguardo: «Sono a favore dell’abolizione del celibato obbligatorio come condizione per il sacerdozio. Il legame esclusivo tra sacerdozio e celibato dovrebbe essere abolito. Esistono già alcune eccezioni. Ciò permetterebbe alla scelta volontaria di questo stile di vita, e al suo significato spirituale ed esistenziale, di riacquistare credibilità nella società.Inoltre, potremmo forse imparare dalla grande tradizione spirituale degli ordini religiosi, nei quali inizialmente si pronunciano voti temporanei, e solo dopo un certo periodo di maturazione nella vita e nella nuova realtà si presenta la possibilità di pronunciare voti perpetui. Infatti, constatiamo che i problemi nella vita sacerdotale spesso iniziano solo dopo cinque o dieci anni. A mio parere, eliminare il tabù che circonda l’intera questione e consentire una decisione definitiva, specialmente durante questo periodo di sacerdozio maturo, potrebbe accrescere significativamente la forza del celibato come testimonianza. Tuttavia, un prerequisito fondamentale è proprio che l’esercizio del sacerdozio non sia subordinato a una decisione definitiva sul celibato».
Secondo il vescovo di Spira «la Chiesa dovrebbe ripensare l’ufficio spirituale del sacerdote, e quindi anche del parroco. La questione è: quale responsabilità di guida deve avere il sacerdozio nella parrocchia e quali aree potrebbero essere delegate ai laici cattolici, uomini e donne? Credo che la Chiesa dovrebbe avviare un dibattito molto aperto sul possibile diaconato femminile. Oggi viviamo in un contesto sociale completamente diverso rispetto al passato. La questione dell’uguaglianza tra uomini e donne e della giustizia è oggi di fondamentale importanza. E noi crediamo nell’incarnazione di Dio, non nell’incarnazione di Dio come uomo. Dio si è fatto uomo, non maschio».
5. La depressione del vescovo va dunque presa sul serio, come un segnale della crisi dell’identità sacerdotale. Certamente è una malattia seria ed è fondamentale cercare aiuto il prima possibile. Anche il vescovo Wiesemann sottolinea: «Non c’è nulla di cui vergognarsi nel chiedere aiuto». Ma detto questo ci dobbiamo impegnare a riflettere su come si arriva a questa malattia. Proprio durante una conversazione, il vescovo di Spira ha voluto con la massima trasparenza presentare il suo percorso teologico e soffermarsi sulla crisi della identità sacerdotale. Racconta che è stato uno studente idealista, plasmato da una famiglia devota e dal lavoro con i giovani cattolici e di come è diventato sacerdote e ha abbracciato pienamente il ruolo di pastore. Ma poi si mette a descrivere come una più matura visione del mondo lo ha costretto a dei cambiamenti sempre più radicali tali da sgretolare la vecchia immagine della Chiesa e da rendere alcune dottrine ecclesiastiche inadatte alla realtà: «Questo mi ha profondamente segnato». Poi arrivò il passaggio da parroco a vescovo, e si accorse sempre di più che la sua leadership era astratta, lontana dai fedeli. Il vescovo Wiesemann ne ha così sofferto e sempre più ha sentito i limiti della sua resistenza fisica e mentale nel corso di un lungo periodo. I suoi alti ideali di sacerdote e vescovo sono diventati una fonte costante di stress.
Una trasparenza unica: nessun vescovo ne ha mai parlato pubblicamente con tanta franchezza.
E va detto, pure, che i problemi finanziari e i cambiamenti all’interno della diocesi, ma soprattutto lo scandalo degli abusi nella Chiesa, lo hanno provato a tal punto da farlo ammalare: disturbi del sonno, un profondo senso di impotenza e una sensazione di totale disperazione: «La mia fiducia, prima incrollabile, nella mia vita è diventata fragile». Un’esperienza che ha inevitabilmente trasformato la sua fede e ha focalizzato la sua attenzione in modo più acuto sulle fragilità della vita umana.
Il vescovo Wiesemann ci aiuta così a riflettere sulla fragilità e vulnerabilità del sacerdote oggi. Non possiamo non partire da questa vulnerabilità per costruire una nuova immagine del presbitero nella chiesa. E con forza va detto che questa crisi dell’identità rigida sacerdotale non va taciuta e soffocata. La storia personale del vescovo di Spira va appresa nella sua schiettezza morale: invita a mettere in discussione le identità “assolutiste” del sacerdote, a non trascurare la dimensione affettiva nella chiesa e che oggi c’è bisogno assolutamente di una nuova immagine e di una pratica dell’essere chiesa, pena l’espandersi di altre crisi morali tra i sacerdoti.